BEATBOPALULA.IT – Massimo Sannella
E il cane disse al coniglio: qui facciamo sul serio non credi? E il coniglio rispose: perché c’è ancora qualcuno che non gli entra in testa? Ogni tanto dal nulla spuntano formazioni che veramente gratificano le papille gustative di chi, di rock alternativo, si ciba quotidianamente; e funzionano a meraviglia anche perché instaurare un binario sonoro che non segua il giro fisso è un’arte delicata quanto ostica, ma che – come indulgenza miracolistica – qualche volta ci riescono.
La triade fiorentina degli A Dog To A Rabbit, cambia letteralmente lo scenario consueto e polveroso della proposta strizzando l’occhio alla follia sana di un rock espressivo quanto scorbutico ma dalla candidezza intensa, fluida e rarefatta; questo è il senso di questo loro omonimo lavoro in cui si agitano i fantasmi di un proto-grunge ancora lontano a divenire baionetta d’assalto e calori borbottanti che fanno da equalizzatore tra le lands brit-pop del Regno Unito e le aridità promiscue oltre Atlantico di stoner ed emulsioni garage.
E qui la fantastica maturità della band è illimitata nel gestire una strategia sonica che mette in guardia, incute rispetto e simpatia; una straniante carrellata di movimenti secchi, arrotondati, sviscerati e balsamici che viaggiano filati rifilando uppercut segnanti e buffetti onirici a chi presta loro attenzione.
Marco Burroni, Davide Mollo e Donald Renda odiano l’immobilismo, a loro basta poco per imbastire senza trucco alcuno momenti emotivi o progettare stimolazioni nervose; un distorsore e un ritmo sincopato per viaggiare low coast tra Londra e la Detroit dirty garage Rock Abuse, Bedlam Minds, un basso compresso e gutturale per passare nelle costipazioni dolciastre degli AIC Flavor, un giro stompin’ di chitarra hard-blues e si va a fare un giretto nella periferia di Seattle Liar, una bella corale su uno slap-bass infastidito benevolmente dal kazoo e si è sul tetto di casa degli RHCP, un arpeggio liquido ed evanescente per salire nelle fumisterie narcotiche thcizzate A dog to rabbit e poi, se si ha ancora un briciolo d’energia conservata, loro ti accudiscono teneramente con le armonicizzazioni slide della stupenda ballad Like a play, con un centro di solismo elettrico che rilascia come un diffusore magico una manciata d’attimi indu-West Coastiani che strappano un magone micidiale.
Un disco di qualità e sorpresa sopra la norma questo dei fiorentini A Dog To A Rabbit, un viaggio di andata e ritorno che si svela immediatamente saltando la noiosa cambiale dell’ascolto dopo ascolto, senza l’autocelebrazione e lo snobismo che inflaziona la maggior parte delle nuove alternative. Forte come un cane che ringhia, morbido come il pelo di un coniglio d’angora.
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